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Poggibonsi, la città del futuro raccontata da Mimmo Paladino

Mimmo Paladino, Ritratto © Lorenzo_Palmieri
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Poggibonsi (Siena) ha un nuovo cittadino onorario: è Mimmo Paladino, artista di fama internazionale e autore dell’opera I Dormienti, donata alla cittadina toscana venticinque anni fa.

L’iniziativa si inserisce nel progetto Le Città del Futuro, promosso da Associazione Arte Continua, che valorizza l’arte pubblica come strumento di rigenerazione urbana. In questa occasione abbiamo avuto il piacere e l’onore di dialogare con il maestro.


Lei ha da tempo un forte legame con Poggibonsi, dove ha realizzato, nella meravigliosa cornice della Fonte delle Fate, l’installazione I Dormienti, donata alla città nel 2000. L’opera ha arricchito il patrimonio artistico locale, attirando visitatori e appassionati d’arte da tutto il mondo e consolidando la vocazione culturale della città. Nella ricorrenza dei venticinque anni da quell’evento, la città di Poggibonsi ha voluto celebrarla conferendole la cittadinanza onoraria. Che effetto le fa?

È il coronamento di quello che abbiamo seminato tanti anni fa con Arte Continua e con quella parte della Toscana che mi ha sempre accolto con grande amicizia, incarnando un autentico senso civico dell’arte. Vedere concretizzata un’idea sociale dell’arte è indubbiamente un regalo. E come tale lo accetto, come un bellissimo regalo.

L’opera I Dormienti è stata realizzata nel 1998 in occasione della terza edizione della rassegna Arte all’Arte organizzata da Associazione Arte Continua. Si tratta di un’installazione composta da figure umane e animali (coccodrilli) in terracotta che sembrano riposare. Che cosa ha voluto rappresentare con quest’opera? 

Un piccolo inciso: il materiale originario era la terracotta, che amo particolarmente perché unisce terra, acqua e fuoco, gli elementi più arcaici. Poi, nel tempo, per ragioni funzionali e installative, le opere sono state fuse in bronzo. Ed è stato il luogo così spettacolare e già suggestivo di per sé (N.d.A la Fonte delle Fate) a essere di ispirazione per l’opera. Volevo evocare un’atmosfera fiabesca, così ho immaginato delle figure addormentate, accompagnate da coccodrilli. Mi affascinava l’idea di una forma sospesa tra l’umano e l’animale, tutti immersi in un sonno profondo, come dentro un sogno. 

Elemento costante della sua ricerca artistica è un immaginario fantastico e metaforico, ricco di figure allegoriche, segni geometrici, maschere, teschi, animali. Dove affonda le radici la sua ispirazione?

Dove affondano anche le radici della nostra italianità, ovvero nel mondo arcaico preromano e della Magna Grecia. Sono forme che appartengono al nostro immaginario visivo collettivo e che per un artista, ovviamente, risultano ancor più potenti e suggestive.

Mimmo Paladino, I Dormienti, Fonte delle Fate, Poggibonsi, 1998 © Associazione Arte Continua
Mimmo Paladino, I Dormienti, Fonte delle Fate, Poggibonsi, 1998 © Associazione Arte Continua

Parliamo di Transavanguardia, termine che coniò Achille Bonito Oliva negli anni Ottanta. Si è sempre riconosciuto in questo movimento artistico? 

Diciamo che la Transavanguardia, anche prima di essere definita come tale, era già nata. Era nata in ambito internazionale, soprattutto tra gli svizzeri tedeschi, che avevano iniziato a organizzare importanti mostre con artisti italiani, da Basilea ad Amsterdam. La crescente presenza di questi artisti sulla scena europea aveva già una sua forza, un’identità. Poi, naturalmente, quando un critico attento e intelligente come Achille Bonito Oliva si trova di fronte a un fenomeno così evidente, può trarne una riflessione teorica e dargli una definizione. E così è nato il termine ‘Transavanguardia italiana’. Ma si tratta di una teoria di Achille, nella quale ci si può certamente riconoscere, anche se non è qualcosa nato a posteriori. Noi, in realtà, avevamo già esposto insieme: cinque artisti italiani al Kunstmuseum di Basilea, poi allo Stedelijk Museum di Amsterdam, e successivamente ad Hannover. La storia era già cominciata. Nel 1979 ho fatto due mostre a New York; Clemente, se non sbaglio, si trasferì poco dopo, lo stesso Chia. Insomma, era un percorso autonomo, portato avanti da artisti che si sono trovati a esporre insieme sulla base di affinità e intuizioni personali. Achille Bonito Oliva poi ne ha dato una lettura critica.

In una scena artistica internazionale sempre più dominata da opere concettuali, verso la fine degli anni Sessanta lei ha riportato il segno. 

Sono felice che mi si riconosca questo. Tuttavia, stava già succedendo in America. Non nelle accademie italiane, è vero, dove si insisteva ancora su una pittura astratta, distante da ciò che stava accadendo nel panorama artistico globale. Io sono cresciuto attraversando la Pop Art, il Concettualismo e, soprattutto, l’Arte Povera.

Ci sono sue opere nelle collezioni di più di cinquanta musei in tutto il mondo, tra cui il MoMA e il Metropolitan Museum of Art di New York, il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Gallery di Londra! Forse è uno degli artisti contemporanei più riconosciuti a livello internazionale perché il suo segno parla una lingua comune a tutti?

L’aspirazione è sempre un po’ quella: sviluppare un linguaggio personale, ma non localistico, capace di suscitare interesse in pubblici diversi, in varie parti del mondo. So che il mio lavoro è stato apprezzato tanto in Giappone quanto negli Stati Uniti e in Europa. Questo conferma quanto sia importante adottare un linguaggio libero, privo di confini troppo marcati.

La sua ricerca è partita dalla pittura, per poi spaziare dalla scultura alla fotografia, dal cinema al teatro. 

Diciamo che tutto è partito da un ragazzino che dipinge, che va al liceo artistico e che man mano si avvicina a quello che succede nell’arte, e si incuriosisce e appassiona di diversi mezzi espressivi. 

In un’intervista ha dichiarato “Oggi la pittura è piatta e il mercato speculativo. Preferisco il cinema”. 

Dire che preferisco il cinema è una battuta, ma è certo che ho sempre amato realizzare foto e film. Il linguaggio cinematografico mi diverte molto.

Il cinema è per lei un po’ come scolpire la materia, un’opera visiva totale.

È un’opera che utilizza l’immagine e, in quanto tale, ha incuriosito tanti artisti sperimentali, come Mario Schifano e Andy Warhol. Io ho realizzato due lungometraggi, che hanno anche avuto un buon successo di pubblico.

Mimmo Paladino, Pompei è casa – Il mandarino meraviglioso, 2025. Ph. Duccio Benvenuti Art Store
Mimmo Paladino, Pompei è casa – Il mandarino meraviglioso, 2025. Ph. Duccio Benvenuti Art Store

Nei suoi film ha diretto cast stellari, Sergio Rubini e Giovanni Veronesi in La divina cometa, Peppe Servillo e Lucio Dalla in Quijote

Chiaramente si chiamano alle armi gli amici artisti nel campo della recitazione e dello spettacolo. E loro ben volentieri hanno accettato.

Film che sono dei veri e propri viaggi visionari tra simbolismo e contemporaneità, un continuo di riferimenti a capolavori della pittura e di citazioni letterarie; un’ulteriore testimonianza della sua ricerca artistica multilinguistica. Qual è il filo conduttore del suo fare?

La curiosità. Nell’arte non esistono barriere linguistiche né limiti: si può creare con qualsiasi cosa, ed è proprio questo il suo fascino. Anche quattro semplici ciottoli allineati acquistano significato in un’opera di Richard Long.

Lo stesso discorso potremmo farlo per la letteratura. Lei si è confrontato con diverse opere letterarie, come Don Chisciotte e l’Orlando innamorato

Anche in quel caso la letteratura è stato uno spunto per creare un’immagine. Mi sono servito delle parole dell’autore per creare qualcosa di nuovo. Il mio Don Quijote è ispirato a Cervantes, ovviamente, però non mi sono attenuto in modo didascalico al testo. Ho inserito dei pezzi di Borges e di Joyce, con grande libertà. Non essendo un regista di professione potevo fare quello che mi divertiva di più. 

Un’ultima domanda. Alcune sue opere trattano il tema dell’accoglienza. Perché secondo lei oggi è ancora così difficile accogliere l’altro?

Più di dieci anni fa ho realizzato La Porta di Lampedusa, un’opera che racchiude proprio questo significato. Attraversare una porta significa spostarsi verso un altro luogo, ma ritengo che questa porta debba restare sempre aperta. Così come l’arte non deve conoscere confini, neanche l’umanità dovrebbe averne. Trovo assurdo che l’artista possa liberamente spaziare con la fantasia ovunque, mentre l’essere umano sia limitato da barriere. È una questione semplice: condividere le meraviglie del mondo — la natura, l’amicizia, il cibo — è un dono che ci unisce. E allora, separarci gli uni dagli altri con confini rigidi mi sembra qualcosa di davvero ridicolo.


Immagine di copertina: Mimmo Paladino, Ritratto © Lorenzo Palmieri


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