Autodidatta, meravigliosamente istintivo, l’approccio di Ben Vautier con il mondo dell’arte è stato assolutamente straordinario.
Tra i pochi che hanno capito e trasformato in “fare” il linguaggio primario di Marcel Duchamp, Ben Vautier entra istintivamente nel mondo dell’arte cominciando a firmare oggetti anonimi della cui immagine si appropria, esaltando così la propria identità d’artista. Nessuno come lui, fin dall’inizio della sua attività, si è appropriato del fine fondamentale dell’artista del XX secolo, del gioco mentale relazionato con le masse e con i nuovi strumenti mediatici che sono diventati il mezzo espressivo dell’arte contemporanea.
I suoi amori per tutto ciò che al suo tempo era irriverente novità in un mondo conservatore, le frequentazioni con Jean Tinguely, l’amicizia con Daniel Spoerri, l’incontro con George Maciunas, l’adesione al gruppo Fluxus, furono le fonti culturali che lo portano all’effettuazione della storica performance a Londra, nel 1962, quando espose sé stesso per due settimane nella vetrina della celebre Gallery One. Sono gli anni delle mitiche azioni di strada che effettuerà anche in Italia con Mario Merz e Ugo Nespolo, con la partecipazione critica di Germano Celant. Celeberrime le sue performance nel centro di Nizza, lui seduto su una sedia che mostra ai passanti un cartello con scritto: “Regardez-moi cela suffit”. Più pericolosa l’esibizione in cui si faceva filmare mentre insultava spettatori e passanti. Portatore di entusiasmo e novità, con il gruppo Fluxus si proponeva come modificatore della pratica artistica resuscitando il pensiero dadaista; ma ai grandi entusiasmi si accompagnano le delusioni, che ben manifesta in una toccante intervista concessa a Giancarlo Politi per Flash Art nel lontano 1993; con dolore affermava che l’appassionante esperienza vissuta non aveva prodotto esiti significativi e, riportando le sue parole: “Negli anni Sessanta Fluxus portava un messaggio, un entusiasmo, vent’anni dopo il risultato è che Fluxus non è riuscito nel suo programma di base, quello di cambiare l’arte”.
Non è banale che proprio dalla fine degli anni Settanta Ben Vautier apre un percorso nuovo, in cui possiamo ipotizzare addirittura un ritorno alla pittura. Ben lontano dall’accezione tradizionale del “dipingere”, realizza una figurazione libera dove la lettera diventa segno, il linguaggio si riduce ad affermazioni essenziali e universali, la forma pittorica viene decostruita e si trasforma in scrittura, e la base tecnica delle sue opere d’arte diventa la stretta connessione tra parole e pensiero.
Per capire Ben Vautier è necessario entrare nella sua intimità di personaggio ludico e sarcastico, elementi che ci riportano al “gioco mentale” che è il fulcro della sua creatività. Basta leggere come descrive sé stesso per capire: “Cerco di fare ciò che non è stato fatto. Ho paura di essere una nullità. Amo gli spaghetti. A volte l’arte mi scoccia. Ho voglia di essere un albero. Perdo la memoria e questo mi fa arrabbiare. Nell’arte amo l’estremo. Espongo un po’ dappertutto e questo mi angoscia”.
Ogni frase un quadro, per sempre.

Un ricordo di Franca Pisani
Ben è stato uno straordinario innovatore nel mondo dell’arte. In parte italiano perché sua madre lo volle far nascere sotto al Vesuvio. Sta di fatto che quanto citava una sua mostra, la prima che appariva nei suoi ricordi e nel suo cuore era quella di Napoli, da Lia Rumma. Non ha mai potuto dimenticare il calore e l’accoglienza tipica del mondo partenopeo.
Ho avuto il piacere di poter frequentare sia Ben sia Annie, la sua bella e colta moglie, più volte dagli anni Settanta a oggi. Grande ospitalità sulla loro terrazza tra fiori incredibili e gatti viziatissimi, che si accucciavano sulle gambe di Ben con Nizza e il mare davanti. Ben mi invitava continuamente a fare arte e grazie a lui, quasi inconsciamente, ho incominciato a dipingere con il pennello intinto nella lacca trasparente, sapendo quello che avrei fatto ma senza vederlo. Da allora perseguo il mio segno trasparente che oggi è diventato un grido di identità artistica libera, incondizionata da mode e stereotipi.
Ho avuto l’onore di essergli vicina, io artista donna trattata alla pari da questo maestro epocale.
Immagine di copertina: Casa di Ben Vautier – Courtesy Franca Pisani
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