“Sono convinto che queste immagini possano considerarsi un momento di verità sociale, ottenuto grazie agli strumenti della poesia” Jeff Wall
Quale missione hanno le arti rispetto all’interpretazione della realtà? Cosa pensare – come pensare – quando lo sguardo osserva immagini che sono in rapporto con cose e persone reali, e tuttavia non svelano quale sia il loro vero punto di contatto?
L’arte ri-produce o produce la realtà? E quale realtà? Quella che si copia o quella che si imita? Quella che si simula o quella che si dissimula? Quella che appartiene all’esistenza (a ciò che esiste o è esistito) o quella che appartiene alla dimensione del possibile, del desiderio, dell’immaginario?
Leggendo i grandi, da Platone a Baudrillard, o tentando di ragionare sulla tormentata relazione dell’arte attuale con l’AI, sappiamo che è ben difficile parlare di verità, e che di realtà si può continuare a discutere a lungo senza approdare a nulla di definitivo.
Pittura, fotografia, cinema, teatro ci spingono a cercare risposte su questi temi, rassicurandoci o sfidandoci. Come spettatori, rispondiamo di testa e di pancia mentre, applicando i gradienti e gli strumenti che abbiamo imparato a usare, tentiamo di valutare l’autenticità di questa relazione inevitabile tra percezione, rappresentazione e immaginazione, un rapporto che resta strutturale a tutto ciò che ha a che fare con il visibile, anche quando l’opera se ne dichiara estranea. Insomma, non è per nulla semplice, e non lo è mai stato.
La ricerca di Jeff Wall offre in questo senso un’intensa sollecitazione, e persino una possibilità di risposta. L’artista canadese, oggi ottantenne, lavora ancora nel suo studio a Vancouver, città dove è nato nel 1946, e dove dagli anni Sessanta conduce una ricerca molto attenta al sociale. Erede della tradizione ottocentesca dei grandi pittori romantici e veristi (Delacroix, Courbet), che lui stesso apertamente cita, ricordando le loro opere come fonte di ispirazione, come fotografo ha presto abbandonato la linea del concettuale puro degli esordi, scegliendo una figuratività narrativa. La sua fotografia – proposta dalla fine degli anni Settanta attraverso i grandi lightbox intensamente colorati che lo hanno reso celebre e, più tardi, anche attraverso immersive stampe in bianco e nero a grandezza naturale – è uno strumento di cattura del reale, e tuttavia esiste solo perchè lui stesso fa accadere ciò che immortala. Le scene che dominano i suoi lavori sono apparentemente casuali, dimesse, documentano situazioni di povertà o emarginazione, ma senza eccessi di crudezza; sono immagini marginali, e proprio per questo appaiono credibili nel mettere a fuoco un contesto di quotidianità, che non svelano fino in fondo, ma suggeriscono. Così come suggeriscono, non senza un sentore di spaesamento, un prima e un dopo del racconto, un fuori campo che a ben vedere sarà ciò che più agisce nella coscienza dello spettatore. Frutto di una revisione poetica della realtà, queste fotografie, analogiche o digitali che siano, appaiono credibili ed efficacemente narrative del vero, proprio perché sono costruite.
Quasi sempre, infatti, la sua poetica si gioca sulla mise-en scène: Wall pensa a una situazione, spesso derivata dall’osservazione del difficile contesto sociale che caratterizza la zona periferica in cui si trova il suo studio, poi sceglie una location reale e convoca i performer, o anche persone non professioniste, chiedendo loro di compiere delle azioni. Di fronte al set che ha attivato, ma che non intende dirigere, se non in maniera molto vaga, l’autore inizia a scattare un grandissimo numero di fotografie, a volte continuando per giorni a inseguire la stessa situazione, a far ripetere gli stessi gesti, fino a quando non individua lo scatto perfetto. A quel punto l’immagine ha trovato la sua verità, la capacità di raccontare con maggiore efficacia qualcosa di sincero rispetto al vissuto delle persone, delle cose, dei luoghi. Un uomo che pulisce l’ambiente anonimo di un centro si assistenza sociale; un gruppo di persone di diversa etnia che cammina trascinando i propri bagagli; un gruppo di persone allegre che puliscono polli in un contesto improbabile; l’arrivo di una figura solitaria alla periferia di Istanbul. Storie, senza trama, che arrivano in maniera sghemba, forse, ma potente.
Possiamo dire che questa simulazione invalida l’attendibilità del racconto? In verità no, perché la dinamica narrativa scatta solo altrove, nella mente dello spettatore, dove si attivano ipotesi e ricordi, associazioni di idee, rispecchiamenti empatici. Sospese nell’attimo, come fotogrammi di un film che non vedremo, queste scene non ci offrono nessuna certezza sul vero statuto dell’immagine, ma possono raggiungere una piena autenticità nella nostra risposta emotiva, grazie anche al formato, assolutamente fondamentale per capire questi lavori. Come i grandi dipinti ottocenteschi destinati ai Salons, le fotografie di Wall, infatti, hanno una relazione fondamentale con il formato, che talvolta è addirittura grandissimo, spinto fino a riprodurre le dimensioni naturali del soggetto.
Particolarmente importante si rivela perciò l’occasione di fare esperienza diretta di questi lavori offerta dalla Fondazione MAST di Bologna, dove fino all’8 marzo 2026 sono esposte 28 imponenti opere (tra lightbox, e stampe a colori o in bianco e nero), realizzate dal 1980 al 2021 e provenienti da collezioni private e musei internazionali.
La mostra, intitolata Living, Working, Surviving, è curata da Urs Stahel e propone una selezione di fotografie connesse al tema del lavoro e dell’abitare, tema della VII edizione di Foto/Industria, la Biennale di Fotografia di Industria e del Lavoro, manifestazione che, per l’impegno nel portare l’attenzione su tematiche sociali, costituisce una delle proposte più identitarie della fondazione bolognese.
Immagine di copertina: Jeff Wall, Overpass, 2001 © Jeff Wall, courtesy Private Collection Gagosian
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